Giulia Lamarca si definisce viaggiatrice, donna, psicologa, e molto altro. Come sostenitrice di Just The Woman I Am 2019 ci ha raccontato la sua storia e la sua vita dopo l’incidente che l’ha vista coinvolta. In questa intervista lancia alle donne, ma anche agli uomini, un messaggio di coraggio, uguaglianza, pari diritti e opportunità e di speranza nella ricerca.

Quando e come è avvenuto l’incidente?
Il mio incidente è avvenuto ormai 7 anni fa. Ogni volta che mi viene posta questa domanda vorrei raccontare qualcosa di più divertente o stravagante, ma invece è successo tutto in modo sciocco. Ero in scooter con un ragazzo, guidava lui e siamo scivolati. Durante la caduta ho fatto una torsione con la schiena e questa è stata la causa del mio essere in carrozzina. Una parte di me vorrebbe sempre raccontare una storia più avvincente, con un velo di eroismo, proprio in stile da film americano, invece…!

In un primo momento, quali sono stati i tuoi pensieri sul futuro?
Devo ammettere che non ho avuto pensieri sul futuro. L’unica cosa che ha attraversato la mia mente alla velocità di un missile è stata una preghiera. Ricordo di avere detto tra me e me, o tra me e Dio: “Ti prego, fa che possa avere ancora figli.”
Non chiedetemi il perché, ancora oggi è un mistero! La mia più grande paura era quella di non poter diventare mamma, ma, per fortuna, posso!
Il futuro nel primo anno è stato così particolare che riuscivo a immaginarmi solo il domani! Più in là non andavo. Con il passare del tempo si impara a farlo e ci si ristruttura una linea temporale che permetta di tornare a progettare.

Pensi che avere vissuto un’altra esperienza difficile come quella di tuo fratello ti abbia dato ancora più forza per reagire all’incidente?
Sì, tutto sommato penso che la mia storia di vita e la mia storia familiare mi abbiano forgiato per questo momento. Mi hanno spronata a essere forte, portata a guardare il mondo e la vita sempre con occhi propositivi. Credo che sia diventato un mio talento!
Cercherò di raccontarvi brevemente questo pezzo di storia: quando mio fratello era molto piccolo, e io ero ancora una bambina, ha avuto la leucemia e, dopo tanti anni, è guarito completamente grazie al trapianto. L’insegnamento più grande che mi è rimasto è che bisogna sempre tenere viva la speranza, sia per i propri cari, sia per se stessi. E questo l’ho vissuto da sorella maggiore: prima durante la malattia di mio fratello, e dopo, con mia sorella più piccola durante il mio incidente. Quando si parla di bambini è davvero fondamentale proteggere questa speranza. Per loro, infatti, ogni azione, ogni gesto, ogni momento riguarda un desiderio e, non sapendo cosa sia realmente fattibile, tutto si tramuta in speranza.
Se tu hai fiducia, loro, credendo in te, penseranno che sia possibile. E, anche se in una situazione davvero spiacevole, questo genera un’alleanza magnifica, una motivazione che spinge tutti quanti a credere e sperare.
Sicuramente il mio desiderio di essere qui oggi è determinato anche da tutto questo e la mia speranza è di riuscire veramente a sostenere la ricerca per i tumori e vorrei che la gente lo facesse a sua volta.

Sei a tutti gli effetti una influencer. Sui social network sei molto seguita. Come è nato il “personaggio” di Giulia sui social?
Questa domanda mi fa sorridere perché io non mi sento un personaggio! Non mi sono voluta creare ed è proprio quello che desidero che arrivi alla gente. Quando ho aperto il mio profilo Instagram, molta gente mi consigliava di scegliere qualcosa, una tematica personale che diventasse un po’ la mia identità, ma io avevo e ho tante passioni! Viviamo in un mondo iper-specializzato, dai medici alle pizzerie che fanno pizze solo con farine integrali o pagine Instagram solo di dalmata. Io, invece, sono convinta che ognuno di noi sia fatto da tantissime sfaccettature e abbia moltissimi interessi e passioni. Ho deciso, quindi, di presentarmi come viaggiatrice, donna, psicologa, amante dei dolci e tanto altro. Un giorno o l’altro mi piacerebbe, per esempio, aprire una pasticceria, continuando, però, a lavorare nel mondo dei viaggi accessibili, e sicuramente avere una famiglia!

Avendo avuto modo di conoscerti possiamo affermare con certezza che il tuo spirito da combattente, ma allo stesso tempo la tua spensieratezza, siano il giusto mix per affrontare la vita e le sfide che essa ti pone. Il tuo modo di essere è collegato strettamente alla professione che da qualche tempo hai iniziato a esercitare?
Vorrei puntualizzare che è falso il mito secondo il quale una persona più vive le disavventure più diventa forte. In realtà, la psicologia ci insegna che non è proprio così: le grandi batoste della vita si sentono, quindi non è scontato mantenere uno sguardo felice. Nonostante quello che mi è capitato, credo a oggi di essere riuscita a mantenere il sorriso, un po’ naturalmente, un po’ coltivandolo. Per concludere, non penso che questa vita sia tutta rose e fiori, ma penso che meriti di essere vissuta, per scoprire cosa ha da offrirci. Non credo che essere psicologa mi abbia dato materiale utile per affrontare le difficoltà, piuttosto, ciò che mi ha aiutata è essere andata da una terapeuta. Credo che la verità di questa professione sia che quello che impariamo, lo impariamo insieme ai pazienti. Un conto è saper fare terapia e formulare e interpretare diagnosi e disturbi, un conto è avere il cuore aperto per ascoltare le storie di vita delle persone!

Partecipare a Just The Woman I Am, quali nuovi stimoli ti ha dato?
Just The Woman I Am mi ha colpito perché parla di possibilità e speranza. A oggi la ricerca in Italia risulta sempre più messa da parte, ma io credo che sia un diritto e lo sia anche desiderare e avere qualcuno che indaghi nuove possibilità di cura e di prevenzione.
Sicuramente, lo stimolo principale è stato quello di sorridere e pensare di tornare in piazza a correre!

Quali consigli ti senti di dare a tutti coloro che ti seguono sui social network?
Vorrei aprire la mente delle persone, far vedere alla gente il quadro d’insieme. Oggigiorno si tende a considerare qualsiasi minoranza o categoria, solo in quanto tali. Di conseguenza, per esempio, il rischio è che un disabile parli solo di disabilità. Io vorrei dimostrare che una persona è libera di parlare di qualsiasi argomento, di viaggi, di psicologia, di problemi di coppia e anche di disabilità. A volte le tematiche affrontate possono essere particolari come l’accessibilità di un ristorante, altre volte possono essere normalissime come il marito che non butta mai la pattumiera. Vorrei che arrivasse un messaggio di uguaglianza e di pari diritti e opportunità.

Pensi sia vera la credenza secondo la quale si inizia a guardare il mondo che ti circonda con occhi diversi e più “vivi” soltanto dopo avere affrontato sfide dure come, ad esempio, quelle che ti sono capitate?
Mi dispiace dirlo ma in parte è vero e in parte no. Non è detto che dobbiamo proprio essere noi in prima persona ad affrontare le difficoltà, ma ritengo che a volte i più grandi cambiamenti nelle persone siano dettate da esperienze dure. Quando viviamo cose che ci riguardano direttamente o riguardano persone a noi vicine, mettiamo in gioco tutto il nostro sistema valoriale in pochi secondi ci ristrutturiamo in maniera più profonda.
Il nostro cervello tende a fare economia e, quindi, aprire la nostra mente e cambiare davvero risulta essere complesso; richiede uno sforzo alle volte troppo costoso, anche a livello emotivo.

Sostieni anche tu, come Giulia, la ricerca universitaria sul cancro, iscrivendoti alla corsa non competitiva di domenica 3 marzo in piazza San Carlo.

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