Anche l’Accademia della Crusca si è interrogata: non è offensivo o inutile specificare il genere quando si tratta di omicidio, addirittura soffermandosi sulla parola femmina, che pare “più propria dell’animale”? C’è davvero necessità di una parola nuova per indicare qualcosa che accade da sempre? Perché piuttosto non usare donnicidiomuliericidioginocidio o ciò che già abbiamo, uxoricidio? Legittimando femminicidio non provocheremo una proliferazione di parole in –cidio?

Ci sono state e ancora ci sono resistenze all’introduzione del termine, quasi fosse immotivato o semplicemente costituisse un voler forzatamente distinguere tra delitto e delitto semplicemente in base al sesso della vittima; quasi fosse neologismo frutto di una delle tante mode linguistiche più che del bisogno di nominare un nuovo concetto.

Secondo il Devoto-Oli 2009, per femminicidio si intende non solo l’“uccisione di una donna o di una ragazza”, ma anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.

La Convenzione di Istanbul, descrive il femminicidio come l’omicidio di una donna in quanto donna. Ovvero, «l’uccisione di una donna da parte un partner intimo o la morte di una donna come risultato di una pratica violenta nei suoi confronti», secondo l’European Institute for Gender Equality (Eige, 2017).

In linea teorica, ovviamente, non c’è alcuna differenza in termini di genere, religione, razza, orientamento sessuale quando si tratta di violenza, o peggio, omicidio. In pratica, però, parafrasando il dizionario precedentemente citato, gli episodi di “violenza sistematicamente” esercitati su uomini “allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte“, sono decisamente inferiori rispetto a quanto invece avviene alle donne. Soprattutto in famiglia.

La differenza sostanziale, quindi, la fanno i numeri, gli autori e il movente: sul Sole24Ore si legge che “le donne muoiono prevalentemente in famiglia, mentre gli uomini per mano di sconosciuti. Ad uccidere, sono soprattutto gli uomini e, in generale, le donne che commettono reati sono circa il 18% del totale.”

L’Istat riporta che nel 2019 gli omicidi sono stati 315 (345 nel 2018), di cui 204 uomini e 111 donne. 93 dei 111 omicidi di donne commessi nel 2019 possono essere classificati come femminicidi. Gli omicidi in ambito familiare o affettivo sono il 27,9% del totale degli omicidi di uomini e l’83,8% di quelli che hanno come vittime le donne.

Le donne sono uccise soprattutto dal partner o ex partner (61,3%): in particolare, 55 omicidi (49,5%) sono causati da un uomo con cui la donna era legata da relazione affettiva al momento della sua morte (marito, convivente, fidanzato), 13 (11,7%) da un ex partner.

Fra i partner, nel 70,0% dei casi l’assassino è il marito, mentre tra gli ex prevalgono gli ex conviventi e gli ex fidanzati. Agli omicidi dei partner si sommano quelli da parte di altri familiari (il 22,5%, pari a 25 donne) e di altri conoscenti (4,5%; 5 vittime). Questi valori sono complessivamente stabili negli anni.

Con il lockdown la situazione è peggiorata con il 90% delle donne uccise in casa, soprattutto da parte di partner o ex partner (61%). Nel primo semestre 2020 gli assassini di donne sono stati pari al 45% del totale degli omicidi, contro il 35% dei primi sei mesi del 2019.

I dati delle forze dell’ordine e dell’Istat definiscono il fenomeno della violenza maschile contro le donne come strutturale. “Viviamo in una società pervasa dalla violenza di genere. Che sia fisica, psicologica o nella subdola forma della discriminazione, sul lavoro come nella società. I giovani replicano le strutture comportamentali a loro famigliari, e se queste implicano la violenza, è molto probabile che diventeranno persone violente”, spiega Valentina Ruggiero, esperta in diritto di famiglia, per molti anni avvocato di Telefono Rosa. “La recente legge detta Codice Rosso ha introdotto nuovi e importanti strumenti a tutela delle donne vittime di violenza, ma resta un problema culturale. Dobbiamo educare al rispetto le nuove generazioni, far capire loro cosa sia giusto, affinché non replichino gli errori dei loro genitori” (si tratta della legge 19 luglio 2019, n. 69 è una legge della Repubblica Italiana a tutela delle donne e dei soggetti deboli che subiscono violenze, per atti persecutori e maltrattamenti ndr.).

Un problema culturale, dunque, oltre che quantitativo. Ma quanto influisce la cultura sulla quantità?

È evidente che sia imperativo lavorare sul piano educativo, ma è un lavoro che richiede tempo, troppo, rispetto al numero delle vittime. La soluzione normativa,  la legge sul femminicidio del 2013 e l’istituzione di una parola volta a definire la fattispecie dell’omicidio per genere, sono altresì cruciali per avere un impatto sul breve periodo, sia per ridurre i casi di violenza, sia per iniziare a fare cultura attraverso la legge.

Fonti:

https://www.ilsole24ore.com/art/femminicidi-sono-donne-principali-vittime-omicidio-ambito-familiare-AEnB8fT

https://www.laleggepertutti.it/367845_legge-sul-femminicidio-cosa-prevede

https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/femminicidio-i-perch%C3%A9-di-una-parola/803

https://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2019/11/22/news/giornata_mondiale_contro_la_violenza_sulle_donne-241648195/

Letture consigliate:

Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici di Giulia Blasi

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